UN
SIMBOLISMO UMANO E SOCIALE NELLA PITTURA DI GAETANO PORCASI
L’Arte
non può essere una mera, alida, insipiente riproduzione
del vero. Se ciò avvenisse si soddisferebbero le esigenze
leggere, quelle che limitano l’attenzione a mesto apparire,
che vogliono la trasposizione su tela, del cielo, del mare, di
tutto ciò che c’è di più bello, dell’incanto
della natura che captiamo nel vero, nel dato reale, nell’oggettiva
consistenza che appare, si disfa, scompare. La pittura, quella
autentica, vera, si nutre di palpiti, sussulti, esplicita intuizioni,
emozioni, riflessioni del cuore, si fa respiro, sospiro, denuncia,
simbolo, riflessione amara. Pur non smarginando dal bello, dalla
compostezza, dalla sobria armonia, si fa incantato reinveramento,
sentimento trasudante in baluginii, bagliori, tremori che, attraverso
lo sguardo, si aprono varchi negli anditi fondi del mondo interiore,
come scintille d’amore, rintocchi del cuore. Tutto ciò
appare vivo, palpitante, teneramente eccitato nel limpido e frastagliato
mondo di Gaetano Porcasi. La sua malinconica trasposizione della
realtà, parla, ma sottovoce, non grida, non si fa ardore
di luci, non è urlo scomposto, tumultuoso, non è
aspra deformazione, non è saccente, vistosa denuncia sociale.
Non vi è un linguaggio aspro, appariscente, che turba l’equilibrio,
l’armonia, la coerenza di ritmi e toni, la resa formale.
Tutto si ammanta di simboli, ma chiari e pur piani, soffusi, distesi,
nascosti, ritrosi, come albeggianti di chiaro nella notte che
si scioglie e, poi, muore. Nature incantate, trasognate e pur
vere, dal cielo sfrangiato, increspato, sfumato fanno da sfondo
alla consistenza reale, ci tracimano in atmosfere lontane, ove
si opacizza, sbiadisce, si sfalda la consistenza amara di un umano
patire, composto nei ritmi del lavoro, della vita lenta, grama
e pur austeramente accettata. Ma gli occhi si fanno colore, densi
di evocazioni, allusioni, richiami. Si fanno messaggi appannati,
e pur chiari, nel lavico, confuso, fluire del tempo. Come il paesaggio,
sono aggregazioni di ingombri, di scoria nella deriva di valori
dell’uomo moderno, nella prevaricatrice vicenda esistenziale,
esosa, bara, cinica, spregiudicata. Campiture, macchie di azzurro
e di giallo, soffi di nuvole bianche che si dissolvono, si ricompongono
e si disfano ancora, si assiepano a paesaggi ombratili, incrostati
di malinconica vitalità, a corpi di donna di ebbra, composta
serenità. Esse, come sequenze di vita sono nervature psicologiche,
sono esili e turgidi filamenti di riflessione, sono fievoli, disincarnate
acquisizioni di un reale da amare, senza, infingimenti, senza
trascurata, ipocrita disattenzione. Fragilità, fierezza,
sgomento, consapevolezza, innocenza, svagatezza, incanto, ritrosia,
malia, adesione, serenità, ripiegamento, trasalimento,
meraviglia, armonia, si rincorrono staticamente frenetici mostrando
i volti, i tanti volti che la vita mostra nella luce accecante
del sole, nella irresistibile chiarità del giorno stanco
e pur laborioso. E ognuno guarda, ognuno entra nello sciabordio
di luci e colori, ne sgraffia gli incanti, i trasalimenti, le
tinte sfiaccolate o sfavillanti, le tinte della vita, il dolore,
i colori che la luce traveste di notte o di giorno o che tiene,
limpida, sospesa sull’orizzonte come nubi di rosa e viola,
strisciate di nero. Nel segno duttile, sorvegliato, accondiscendente,
nei colori smoccolati e rugiadosi, terragni, succosi, pulsanti
si assiepano e si fondono l’anima dell’artista, a
sua esigenza di esondare dal cupore del mondo, ma anche la tenerezza
amara per ciò che poteva essere e non è stato, la
consapevole testimonianza, al di là di eccessi contenutistici
che avrebbero potuto smorzare la fruibilità estetica, di
un mondo semplice e fiero che chiede, con dignitosa insistenza,
aiuti dal fervido sapore di umano.
Luigi
Crescibene
Giornalista, scrittore, critico d’arte,
critico letterario, Salerno 05/08