GAETANO
PORCASI, OVVERO LA LIBERTA’ DELL’ARTE NELLA STORIA
Carlo
Marino, storico
Ogni
storia d’artista, dato che è una storia, ha una sua
storia. Ma il fatto di essere stato qui chiamato, da storico (e
per niente storico dell’arte!), a scrivere una nota per
un libro che compendia il percorso creativo della biografia di
un artista, è un fatto che ha comunque un senso nient’affatto
anodino e, per molti versi, perfettamente giustificabile. Se ne
vedrà il perché leggendo questa nota, che sto scrivendo
avvertendomi chiamato in causa in virtù del generoso credito
che da molti anni mi si attribuisce in materia, essendo un intellettuale
(il mio venerato amico Leonardo Sciascia avrebbe preferito il
termine “letterato”) dotato di lunga consuetudine
con gli artisti e forse anche di una non deteriore, e non di rado
riconosciuta, sensibilità artistica. Nel contempo mi aiuta
ad uscir fuori da ogni imbarazzo la vocazione di Gaetano Porcasi
a proporre la sua produzione come un singolare, fascinoso e affabulatorio
servizio alla storia, alla storia in grande, al di là del
percorso esistenziale segnato dalla sua personale biografia.
So
bene che egli, così aprendosi ad un’inconsueta attenzione
di quanti la storia l’interpretano e la scrivono per mestiere,
lo fa pur sempre da artista, offrendo, appunto alla memoria storica,
un suo peculiare “servizio d’anima” (di sentimenti
e di emozioni). E so bene che per lui la storia è materia
ben diversa da quella di cui sono soliti occuparsi gli storici:
è un mondo indivisibile di natura, umanità e cultura
in cui è l’immaginario poetico (insieme, talvolta,
all’utopia) ad accertare il valore e il senso delle cose
e degli eventi e a dar fondamento alle interpretazioni, e non
viceversa. Cose ed eventi, ben più che da interpretare
o da giudicare, soprattutto da rappresentare, offrendole al miracolo
di una comunicazione immediata che non ha bisogno di parole, dato
che usa esprimersi, e persino “parlare” e“scrivere”,
nient’altro che con i suoi materiali e con i suoi colori.
Come
nel caso di ogni autentico artista, anche la storia personale
di Gaetano Porcasi è socialmente rilevante in misura della
capacità di rilanciare senza tregua (con una ricerca ininterrotta)
un’ “offerta pubblica” di segni e di significati
espressi dalla vitalità del suo immaginario. Questo, com’è
ovvio, nell’orizzonte nativo deciso dalla sorte, un orizzonte
che per lui è quello siciliano, con la conseguente “sicilianità”
forte e passionale del suo immaginare e del suo sentire che tuttavia,
come meglio preciserò fra poco, non ne costituisce un limite
ma una particolare carica, una tensione, per andare oltre.
La
Sicilia viene vissuta, e quindi “immaginata”, simbolizzata
e offerta da Porcasi nella rappresentazione di un dramma quotidiano
di individui e masse popolari sempre sull’orlo della tragedia,
nella solarità di una splendida natura in subdolo conflitto
con una tenebra incombente, tra passione e passività di
sentimenti ed azioni , tra festa e lutto, religione e blasfemia,
generosità ed egoismo, entusiasmo e rassegnazione, fughe
avventurose e ritorni sconsolati: terra di “dei” come
diceva Tomasi di Lampedusa traendone questo singolare dettato
dal vissuto del suo ceto sociale fatiscente e privilegiato; ma,
invero, terra di demoni, calcolatori di astuzie e invasati dalla
lussuria di un potere cinico e luciferino che, ben paradossalmente,
congiura sempre contro se stesso anche quando soccorre arroganze
e vanità, costituisce “roba”, presidia frontiere
e interessi, impone ubbidienza e diffonde paura tra i moltissimi
condannati a non avere mai alcun potere. Talvolta, per contrasto,
o per disperazione, anche terra di eroi. Sicché, come ben
si sa, è soprattutto terra di passioni roventi e di intensi
conflitti, nonché di protervie e di ubbidienze costrette,
di violenze, di oppressioni e di stragi; ma, nel contempo, di
di slanci liberatori e di lotte popolari, per quanto assai spesso
destinati alla sorte degli ideali infranti e degli amori delusi.
In
un siffatto contesto, la peculiare “identità artistica”
di Porcasi, si definisce come un’identità forte,
non limitata all’isola, con la vocazione di espandersi al
mondo intero. Ne scaturisce, infatti, una singolare poetica della
liberazione e dell’ impegno civile (in altri tempi, per
definirla, si sarebbe usata la parola sartriana “engagement”)
il cui contenuto, sia ideale che emotivo, è l’invocazione
di una catarsi individuale e sociale, di una liberazione collettiva
dalla violenza del dominio, forzando i limiti della costretta
passività e della rassegnazione. In una così struggente
e sanguigna invocazione è implicita l’idea che il
singolare ed infelice vissuto siciliano, ben al di là del
suo spazio, verifichi l’universalità della sua inappagata
sete di libertà e di giustizia, dovunque un’altrettanto
drammatica esperienza si svolga, tra accensioni e spegnimenti,
tra speranze e delusioni: dalla Sicilia favolosa e maligna a ogni
altro luogo (l’Africa, il cosiddetto “terzo mondo”)
in cui l’umanità sia comunque e in varie forme offesa,
afflitta, deprivata di valori, oppressa o cancellata.
Nel
suo originario e decisivo rapporto con la sicilianità e
con il suo contesto, questa singolare “poetica ” (che
in un sentire da artista è cosa ben diversa da una qualsiasi
ideologia) viene intensamente trasfusa in una paesaggistica nella
quale la natura e le cose sembrano subire lo struggimento della
loro stessa incantevole bellezza, splendidamente opponendosi ad
un torvo panorama umano segnato dall’aspra fatica del lavoro
dei senza potere e consegnato, da secoli, alle “ragioni”
e alle nequizie di un doloroso servizio ai potenti. Ed è,
con pari forza, trasfusa in una ritrattistica che, di volta in
volta, è certamente alla ricerca della perfezione tecnica
per la rappresentazione veritiera di personaggi che sintetizzino
biografie esemplari (Falcone, Borsellino, Pio La Torre, Rita Atria,
Placido Rizzotto, monsignor Cataldo Naro e molti altri, tra i
quali, per un amichevole eccesso di generosità, anche il
sottoscritto); ma che è soprattutto un altro modo dell’artista
per verificare al singolare, appunto nella rappresentazione-interpretazione
di una singola soggettività pensosa e testimoniante, la
complessiva strategia culturale che, per così dire, fa
da supporto alla “poetica” di cui si è detto
sopra.
Diventa
a questo punto opportuno precisare meglio in che cosa consista
tale strategia culturale e tentare di metterne in luce, fin dai
paesaggi e dai ritratti, le incidenze dinamiche sulle modalità
e sulle forme della creazione artistica.
Come
ho già accennato all’inizio, mi sembra che la strategia
culturale di Porcasi , essendo fondata su un’insistita vocazione
“storica”, non possa che consistere nel rappresentare
con efficaci e sapienti mezzi pittorici, “raccontandoli”,
esemplari fatti ed eventi la cui memoria, antica o recente, possa
trasferirsi al presente e rivivere come carica emotiva, e come
spinta al giudizio critico, per propiziare l’avvento di
un futuro diverso, liberato dai demoni del passato.
Del
resto, è normale che l’engagement esiga appunto la
“narrazione” come sua forma espressiva con il suo
proprio, strutturale, appello al pubblico per diffondere messaggi
incisivi e permeanti, con valenze che potrebbero dirsi “ideologiche”
mentre è più vero che sono decisamente educative
(non a caso il Porcasi pittore convive con il Porcasi insegnante,
in un quotidiano confronto con i giovani).
Quindi,
è bene ripetere, si tratta di una consapevole strategia
del dipingere per raccontare e del raccontare per promuovere coscienza
civile. Il che comporta una necessaria distribuzione seriale della
produzione pittorica in campi tematici e semantici specificamente
definiti. Tra questi, si rivela di eccezionale importanza la serie
dei dipinti dedicati alle stragi siciliane (con una significativa
selezione soprattutto di quelle mafiose, ma non soltanto) che
sono in parte riprodotti nel mio libro “La Sicilia delle
stragi” edito da Newton Compton: da eventi stragisti dell’Ottocento
nel corso della prodigiosa vicenda delle lotte popolari dei Fasci
siciliani, all’oscura tragedia di Portella della Ginestra
(1 maggio 1947), passando da quelle, da troppo tempo rimosse,
di Palermo e di Alcamo del 1944 (l’una detta “del
pane” e, l’altra “della fame”), fino alla
lunga vicenda dello stragismo mafioso nell’ultimo quarto
del XX secolo culminata nella strage di Firenze (la “strage
degli Uffizi”) del 1993. In un siffatto, assai articolato
e criticamente ben costruito, tessuto narrativo-pittorico, Porcasi
– si potrebbe dire – sembra proporsi come il “pittore
della storia”, ovviamente di una storia rappresentata, per
quel che ne è stata davvero la tragica verità, con
una lacerante sofferenza che assurge a condanna e a riprovazione
civile, fino all’anatema, così facendo del “pittore
della storia” anche il pittore dell’antimafia (i relativi
dipinti sono molto simili a dei veri e propri “saggi”
su ciascuno dei sanguinosi eventi narrati, segnati puntualmente
nel tempo dalle loro date, spesso con abili collages delle loro
cronache coeve sui giornali, con frasi didascaliche o monitrici
incise sulle tele, quasi a graffiarne il senso, a scalfirne le
immagini, a scavarne nel profondo le potenzialità evocative).
Che
tutto questo manifesti una decisa intenzione di “storicità”
nella rappresentazione è fuor di ogni dubbio. Ma si faccia
attenzione a non banalizzarla, scambiandola per un pura e semplice
estroversione oleografica e, meno che mai, per una retorica dell’antimafia.
Quali che siano i dati di fatto rappresentati (spesso con tutta
l’orrida, e spesso disgustante, sgradevolezza della loro
verità storica nel loro essere fatti di terrore e mafia,
a fronte del sempre gradevole equilibrio compositivo e dell’eccellente
controllo tecnico della figurazione), è pur sempre, in
ogni caso, l’empito di quella singolare “poetica della
liberazione” ad imporsi sulla stessa crudezza, sul verismo
talvolta esasperato ed esasperante, volutamente provocatorio ed
inquietante, delle immagini.
Certo,
si potrebbe forse intuire in una siffatta narrazione pittorica
anche una qualche intenzione di innalzare ad una colta e moderna
forma di espressione la popolaresca rievocazione degli eventi
celebri di cui, nelle piazze dei paesi, erano umili ed anonimi
attori i cantastorie siciliani con i loro grandi teloni srotolati
di immagini e didascalie entro regolari riquadri dai robusti colori,
indicati con una lunga asta sottile ai casuali spettatori, e “letti”,
commentati, “cantati”, l’uno dopo l’altro,
con voce cantilenante ai casuali spettatori come in una recita
a soggetto.
Si
tratta di un’intuizione non infondata, perché la
“sicilianità”, lo si è già detto,
è certamente un carattere profondo della cultura e del
sentire artistico di Porcasi, così come lo era per un Renato
Guttuso che tenne sempre in serbo, nella sua lunga ed assai colta
esperienza di ricerca e di evoluzione creativa, uno scrigno di
cultura popolare costituito dalle suggestioni evocative, dalle
forme e dai colori, dei favolosi carretti siciliani. E a numerosi
altri riferimenti e timbri di solare “sicilianità”
si potrebbe essere tentati di collegare la lettura delle opere
di Porcasi: tra l’altro, in particolare tenendo in conto
la rappresentazione del mondo contadino, a quelli di Giambecchina.
Io stesso, con cautela, l’ho fatto di recente. Ma, a pensarci
bene, avverto l’esigenza di rivedere e riequilibrare il
giudizio, perché, a differenza di un Giambecchina o di
altri della sua maniera, la figurazione di Porcasi non è
minimamente riconducibile ad un repertorio culturale di folklore
e ad una conseguente vocazione al recupero nostalgico di una condizione
antropologico-popolare siciliana travolta dalla storia. A salvarlo
dall’antropologismo di maniera (una dimensione culturale
di per sé “reazionaria”) è certamente
quel che ho indicato come l’engagement che alimenta la sua
poetica. Ma più ancora, per quanto la cosa possa apparire
a prima vista paradossale, gli risulta salvifico, facendone a
tutto tondo un innovativo artista della modernità, il suo
stesso realismo figurativo che si manifesta, mi sembra, in uno
stile che rende la parola “realismo” poco adatta a
definirlo.
La
questione merita qualche rapida precisazione. Intanto va rilevato
che nella figurazione di Porcasi la realtà, dal paesaggio
naturale a quello umano, non è banalmente riprodotta, bensì,
per così dire, frantumata, sgretolata, macerata, trafitta,
composta e ricomposta in funzione della “storia” che
essa è chiamata a riassumere e a “raccontare”.
Aggiungasi che cose e persone, pur riprodotte con estrema cura
veristica, si stagliano nei quadri come densi elementi simbolici
di un “racconto” la cui profonda rappresentazione
pittorica è spesso consegnata al non-figurativo, ovvero
a quel che è intuibile e immaginabile nel gioco di calibrate
e libere espansioni di puri colori, in pratica, all’informale
(si pensi, per esempio, a quell’esplosione di berretti di
carabinieri nella materia informe del bel quadro dedicato alla
strage di Ciaculli). Se ne conclude facilmente che il realismo
è assunto da Porcasi soprattutto come metodo (un metodo
ovviamente necessario per ogni pittura come la sua che sia dotata
di intenzionale strategia narrativa), senza tuttavia costituirne
il fine e meno che mai il limite della ricerca espressiva.
Si
tratta, in altri termini, di un realismo metodologico che talvolta
si enfatizza persino in un voluto iper-realismo (penso in proposito,
in analogia, a certe espressioni della pop art e in particolare,
soprattutto, al grande, e da me amatissimo, Robert Rauschenberg)
capace di convivere, in un modo assai originale, con le illimitate
pulsioni rappresentative ed emozionali dell’informale. Per
una singolare trasposizione, che non è rara nell’autentico
regno dell’arte, nell’opera di Porcasi la realtà
diventa metafora della libertà di immaginare e di creare.
Così , nel contempo, il dramma della storia reale ivi raccolta
e raccontata assume incommensurabili valenze mitiche, essendo
infatti il mito, come ha scritto l’indimenticabile Furio
Jesi, nient’altro che il “puro raccontare”.
Giuseppe Carlo Marino